Roma – Tirando un’altra picconata all’altissimo muro che un tempo isolava la Cina dal resto del mondo, Intel ha annunciato l’imminente costruzione su suolo mandarino di una fabbrica di chip capace di produrre wafer da 300 mm con tecnologia a 65 nanometri.

La Fab 68, questo il nome dell’impianto, verrà edificata sulla costa nordorientale della Cina, nelle vicinanze della città di Dalian, e costerà a BigI 2,5 miliardi di dollari. Questo sarà il primo stabilimento di Intel in Asia, e il primo a portare la tecnologia di processo a 65 nm entro i confini cinesi.
Intel avvierà la costruzione della Fab 68 verso la fine dell’anno e conta di metterla in funzione già nel corso della prima metà del 2010.
Come spiega Ars Technica, inizialmente questa fabbrica avrebbe dovuto produrre chip con dimensione dei circuiti non inferiore a 90 nm: un limite imposto da una normativa sulle esportazioni verso la Cina legiferata alcuni anni fa dal Governo statunitense. A quanto pare l’amministrazione Obama ha ora ammorbidito questa direttiva, consentendo ad Intel di “trapiantare” in Cina la stessa tecnologia alla base dei processori Core 2 di prima generazione (Merom, Conroe e Kentsfield).
Sebbene la tecnologia a 65 nm sia ormai vecchia di due generazioni – Intel ha infatti già pronta quella a 32 nm – si adatta perfettamente a quelli che sono i piani di BigI per la Fab 68: produrre chipset per le sue CPU e, più avanti nel tempo, fabbricare processori destinati soprattutto al mercato interno cinese: un mercato così vasto da saturare, da solo, buona parte della capacità produttiva della Fab 68.
“Erano 15 anni che non costruivamo una fabbrica in una nuova località”, ha spiegato il CEO e presidente di Intel, Paul Otellini. “Intel è in affari con la Cina da più di 22 anni, un arco di tempo durante il quale ha investito in questo paese oltre 1,3 miliardi di dollari in ricerca, sviluppo e costruzione di impianti per il test e il montaggio. Questo nuovo investimento porterà la somma totale a 4 miliardi, facendo di Intel uno dei più grossi investitori stranieri in Cina”.
Parole entusiaste anche da parte di Zhang Xiaoqiang, ai vertici della commissione governativa dedicata allo sviluppo e all’innovazione in Cina, il quale ha descritto l’accordo come “uno dei più grandi progetti di collaborazione tra Cina e Stati Uniti nel settore dei circuiti integrati”. Il portavoce del Governo cinese ha poi dichiarato che il suo paese dà il benvenuto a Intel e alle altre multinazionali straniere che desiderano investire e cooperare con la Cina.
Quando nel 2007 Intel annunciò per la prima volta l’intenzione di installare una fabbrica di chip in Cina, il colosso tenne a sottolineare che questa sarebbe stata progettata e costruita seguendo i severi standard di tutela dell’ambiente applicati nel resto del mondo. Standard che promettono di minimizzare l’impatto dello stabilimento sull’ambiente circostante, garantendo la depurazione delle acque reflue, il filtraggio dei gas di scarico e l’ottimizzazione dell’energia assorbita dagli impianti. Si tratta di accorgimenti che nei paesi di più vecchia industrializzazione sono da tempo fissati in normative più o meno severe, ma che in Cina vengono spesso ignorati: non è del resto un segreto che il mare su cui si affaccia Dalian, il Mar Giallo, sia uno dei più inquinati al mondo.

Fonte: Punto Informatico

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