Quello che si chiuderà tra poche settimane è stato un decennio di grandi scoperte in campo scientifico. La rivista Smithsonian Magazine, ha stilato, come ogni buon periodico che si rispetti a questo punto dell’anno, una classifica degli eventi (positivi e negativi) più rilevanti dal punto di vista scientifico. Vediamoli assieme…

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Ci siamo. Dico sul serio: il Large Hadron Collider, o LHC, il contestato acceleratore di particelle di Ginevra, è finalmente rientrato in funzione. Così, dopo problemi e stop vari, il progetto torna a far parlare di sé per i propri contenuti scientifici. E quale migliore occasione per lanciare i primi fasci di particelle e farle allegramente scontrare? La collisione è avvenuta in due punti distinti dell’impianto, il numero 1 e il numero 5, in corrispondenza dei sensori ATLAS e CMS. Successivamente, lo scontro è stato pianificato nei punti 2 e 8, al cospetto dei sensori ALICE e LHCb. “È un grande risultato l’aver ottenuto questo risultato in così poco tempo”, ha affermato in una nota ufficiale Rolf Heuer, Direttore Generale del CERN e di questo progetto, al quale partecipano circa 600 fisici italiani. E l’apporto italiano pesa anche dal punto di vista economico, sull’LHC: circa il 20%, con un contributo di poco inferiore a 1 miliardo di euro erogati nell’arco di 10 anni.

Heuer si affretta anche a dire che “dobbiamo lavorare in prospettiva, perché c’è ancora molto da fare prima che possiamo iniziare il programma fisico dell’LHC”. Insomma, si è solo collaudato l’impianto, ma la vera ricerca inizia solo ora. Fabiola Gianotti, nostra connazionale e fisico delle particelle in forza al progetto ATLAS dell’LHC, nello stesso comunicato afferma: “è una grande notizia, l’inizio di una fantastica era della fisica e, speriamo, scoperte, dopo 20 anni di lavoro da parte della comunità internazionale per costruire un impianto e sensori di complessità e prestazioni mai viste”. Le collisioni andate a buon fine seguono al riavvio dell’impianto, che ha richiesto tre giorni per essere completato. Dapprima, infatti, è stato necessario far circolare i raggi prima in un senso e poi nell’altro, con un’energia d’iniezione di 450 GeV. La prossima tappa? Aumentare i valori in gioco d’intensità e accelerazione dei raggi, raggiungendo entro natale gli 1,2 TeV per raggio. Per allora, gli scienziati dovrebbero aver ottenuto sufficienti dati per la calibrazione della macchine, prima degli esperimenti veri e propri.

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Una serie di guasti rallenta la ricerca della “particella di Dio”. Un pezzo di pane blocca ancora l’Lhc.

Quando il Large Hadron Collider è stato acceso per la prima volta è andato tutto bene. Alla vigilia del suo esordio, però, c’erano stati diversi allarmi. Secondo alcuni studiosi, una volta “acceso”, Lhc avrebbe potuto ricreare un immenso buco nero e risucchiare la Terra intera. Il nostro pianeta c’è ancora, ma all’acceleratore non è andata sempre bene come la prima volta. Una serie di “incidenti” ha rallentato la ricerca della cosidetta “particella di Dio”. Il moltiplicarsi dei guasti ha messo in dubbio la capacità dell’ Lhc di riuscire a catturare il “frammento”, cioè il bosone di Higgs grazie al quale esiste la massa. «Penso che anche questo mito verrà sfatato dai fatti», osserva il presidente dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn), Roberto Petronzio. «Si vorrebbe far credere che sull’Lhc pesi una sorta di maledizione, ma tutto sta andando bene».
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Quando si parla di acceleratori di particelle, è impossibile non pensare al Large Hadron Collider del Cern di Ginevra. Non tutti però sanno che questa tecnologia ha anche campi di applicazione ben lontani dalla fisica teorica. Uno di questi è la cura dei tumori solidi.

Al Centro Nazionale di Adroterapia Oncologica (Cnao) di Pavia, in un bunker seminterrato in cemento armato, è in fase di prova un acceleratore di particelle di 77 metri di circonferenza. Ma questa volta il bosone di Higgs non c’entra: i fasci di protoni e ioni carbonio che verranno prodotti dalla macchina serviranno a neutralizzare tessuti tumorali, con una precisione a dir poco chirurgica.

Per carpire i segreti di questa tecnologia d’avanguardia siamo andati a parlare con uno dei giovani che lavorano nel bunker. Michele Caldara ha 32 anni, è ingegnere elettronico e lavora nel gruppo di Diagnostica di Fascio. Il suo compito è sviluppare sistemi per misurare il fascio di particelle lungo il suo tragitto.
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L’ultima tappa del Wired University Tour  sarà a Napoli.  Dall’8 al 12 giugno il gazebo rosso di Wired, dove sarà possibile sfogliare una copia virtuale del magazine in un leggio interattivo, sarà al Università Federico II. Abbiamo parlato con i ricercatori del Dipartimento di Fisica che sono impegnati in uno dei più ambiziosi e complessi progetti del mondo.

Il mondo è in attesa di vedere la “particella di Dio” e con esso il dipartimento di Fisica dell’Università Federico II di Napoli, che da dieci anni sta lavorando ad uno dei più grossi e suggestivi macchinari del mondo: l’acceleratore di particelle conosciuto come LHC (large Hadron Collider). LHC prende il nome dei due fasci di particelle subatomiche che saranno fatti scontrare ad altissima velocità per ricreare la scintilla originaria dell’Universo. Dopo essere entrato in funzione a settembre dello scorso anno, l’acceleratore si è rotto e dopo varie posticipazioni dovrebbe essere riacceso ad ottobre di quest’anno. “Il ritardo è un vantaggio – ci dice Sergio Patricelli del Dipartimento di Fisica dell’Università di Napoli – siamo in fase di raffinamento di tutte le nostre armi per la partenza di LHC e il nostro obiettivo è trovare il Bosone di Higgs, l’ultimo tassello per il completamento del modello standard delle particelle elementari”.

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