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	<title>Freelabs.it - Technology, news and future &#187; Inquinamento e Ambiente</title>
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		<title>Allarme clima da cieli e mare, rapporto choc</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Dec 2009 12:01:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Zanatta</dc:creator>
				<category><![CDATA[All News]]></category>
		<category><![CDATA[Inquinamento e Ambiente]]></category>

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		<description><![CDATA[Freelabs.it &#8211; La minaccia al clima arriva da cielo e mare, secondo un rapporto di Greenpeace che calcola l&#8217;impatto ambientale di navi e aerei, se le emissioni non verranno controllate o bloccate, entro il 2050 vedremo triplicarsi i problemi ambientali che tutt&#8217;ora ci affliggono. Se non si considerano infatti tutti gli aspetti della tecnologia moderna [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://img209.imageshack.us/img209/8646/maxiportaerei2yg6.png" alt="" width="232" height="135" />Freelabs.it &#8211; La minaccia al clima arriva da cielo e mare, secondo un rapporto di Greenpeace che calcola l&#8217;impatto ambientale di navi e aerei, se le emissioni non verranno controllate o bloccate, entro il 2050 vedremo triplicarsi i problemi ambientali che tutt&#8217;ora ci affliggono.</p>
<p>Se non si considerano infatti tutti gli aspetti della tecnologia moderna che conocorrono all&#8217;inquinamento dell&#8217;ambiente, è difficile apportare significativi cambiamenti al clima. Greenpeace chiede sostanzialmente di controllare maggiormente le emissioni per aerei e imbarcazioni.</p>
<p><span id="more-959"></span></p>
<p><strong><span>I dati di Greenpeace nel dettaglio: </span></strong></p>
<p><span>AVIAZIONE: L&#8217;aviazione genera, a livello globale, oltre 730   milioni di tonnellate di CO2 all&#8217;anno, con un incremento del 45%  rispetto ai valori del 1990;  &#8211; NAVIGAZIONE: le emissioni totali di CO2 dalla navigazione,   secondo i dati del 2007, erano di circa 1046 milioni di   tonnellate. Di queste 870 milioni di tonnellate, ovvero il 2,7%   delle emissioni globali provengono dalla navigazione   internazionale. Le emissioni dalla navigazione sono cresciute   dell&#8217;85% rispetto al 1990, l&#8217;anno base del Protocollo di Kyoto;  &#8211; ITALIA: In Italia aviazione e navigazione, insieme,   rappresentano quasi il 18% delle emissioni di CO2 dal settore   dei trasporti. Ma le emissioni &#8211; si legge nel rapporto di   Greenpeace &#8211; aumentano a ritmi sempre crescenti. Considerando   solo l&#8217;aviazione, in 12 anni le emissioni dal trasporto aereo   sono aumentate del 64% (dal 1995 al 2006). Inoltre il numero di   aeroporti, tra grandi e piccoli, ha raggiunto nel 2007 quota   101, tanto è vero che quasi il 40% dei voli nazionali, non   considerando quelli verso le isole, copre distanze inferiori a   600 chilometri. La presenza di così tanti aeroporti, molti dei   quali in città o nei pressi di centri abitati, provoca &#8211; scrive   ancora Greenpeace &#8211; altri gravi problemi: è infatti proprio in   fase di decollo e di atterraggio che viene emesso il 90% degli   ossidi di azoto, oltre a monossido di carbonio, SO2, PM10 e   PM2.5, arsenico, cromo, rame, nichel, selenio e zinco, sostanze   dannose per la salute. </span></p>
<p><em>Tratto da Ansa Ambiente</em></p>
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		<title>Medusa affonda peschereccio, e non è un film</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Nov 2009 15:14:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Zanatta</dc:creator>
				<category><![CDATA[All News]]></category>
		<category><![CDATA[Inquinamento e Ambiente]]></category>

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		<description><![CDATA[Un tempo c’era Lo Squalo di Steven Spielberg a mietere terrore tra bagnanti e pescatori. Ma si sa, i tempi cambiano, e dopo più di trent’ani è tempo di… meduse. La notizia, infatti, è che un peschereccio di ben dieci tonnellate è stato affondato, al largo della costa orientale del Giappone, da una Nemopilema Nomurai, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://services.condenetint.com/dam/674x281/k_n/meduse.gif" alt="" width="379" height="158" /></p>
<p>Un tempo c’era Lo Squalo di Steven Spielberg a mietere terrore tra bagnanti e pescatori. Ma si sa, i tempi cambiano, e dopo più di trent’ani è tempo di… meduse. La notizia, infatti, è che un peschereccio di ben dieci tonnellate è stato affondato, al largo della costa orientale del Giappone, da una Nemopilema Nomurai, la più grande tra le meduse.</p>
<p><span id="more-771"></span></p>
<p>Questa specie arriva ad avere un diametro di ben due metri e un peso fino a circa 220 chilogrammi. Dimensioni da vero film di fantascienza, ma non sufficienti a spiegare come questa cnidaria sia riuscita nell’impresa. Si è forse dotata di sega a lama rotante? No, perché in realtà si è trattato di un “gioco di squadra”.</p>
<p>I tre pescatori a bordo dell’imbarcazione, come al solito, hanno issato le reti per raccogliere il pescato, peccato queste fossero piene di Nomura, il cui peso ha ribaltato mezzo ed equipaggio. Fortunatamente, i tre pescatori non sono venuti a contatto con le meduse, le cui tossine sono estremamente pericolose. Insomma, il contatto con una piccola medusa ce l’abbiamo quasi tutti presente, figuriamoci quello con un esemplare di oltre 200 chili.</p>
<p>Benché le Nomura non siano tra le meduse più diffuse, ogni tanto fanno la loro comparsa in quantità massiccia, arrecando danni a imbarcazioni e attrezzature per la pesca, oltre a ferire decine di pescatori. Nel 2007 ci sono state ben 15500 segnalazioni di incidenti causati da queste creature, ed è da allora, fino ad oggi, che non si sono registrate più invasioni di questo tipo.</p>
<p>All’origine ci sono fattori ambientali (in primis il cambiamento climatico) che favoriscono la crescita e riproduzione della specie. Insomma, viene il dubbio che, alla fin fine, la colpa sia sempre dell’uomo…</p>
<p>Fonte: Wired</p>
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		<title>Il nuovo Re Mida trasforma la plastica in olio</title>
		<link>http://www.freelabs.it/il-nuovo-re-mida-trasforma-la-plastica-in-olio/</link>
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		<pubDate>Sat, 07 Nov 2009 20:01:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Zanatta</dc:creator>
				<category><![CDATA[All News]]></category>
		<category><![CDATA[Inquinamento e Ambiente]]></category>

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		<description><![CDATA[Dalla spazzatura che diventa energia e calore, a mais e alghe che si trasformano in combustibile per trazione la green economy ha riscoperto il vecchio adagio del padre della chimica Antoine Lavoisier. E ora tocca pure alla plastica ritornare al padre, ovvero all&#8217;olio minerale. Questa ennesima prova di riciclaggio di materiali potenzialmente molto inquinanti (la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://services.condenetint.com/dam/674x281/o_r/plastica.jpg" alt="" width="382" height="159" /></p>
<p>Dalla spazzatura che diventa energia e calore, a mais e alghe che si trasformano in combustibile per trazione  la green economy ha riscoperto il vecchio adagio del padre della chimica Antoine Lavoisier. E ora tocca pure alla plastica ritornare al padre, ovvero all&#8217;olio minerale.</p>
<p><span id="more-766"></span></p>
<p>Questa ennesima prova di riciclaggio di materiali potenzialmente molto inquinanti (la plastica non è biodegradabile, e dalla sua combustione per esempio si sprigiona diossina) arriva da una società di Washington DC, la Envion, che con la nuova impennata dei prezzi del petrolio si frega le mani all&#8217;idea di aver scoperto la moderna cornucopia.</p>
<p>Il principio e la tecnologia alla base della trasformazione della plastica in olio è tenuto segretissimo dai tecnici di Envion, i quali lasciano trapelare solo due dettagli: il processo avviene attraverso l&#8217;estrazione degli idrocarburi dalla materia plastica, ed è effettuato in ambiente sottovuoto e a basse temperature. Il resto è top secret.</p>
<p>Ma perché – oltre che per gli indubbi vantaggi ambientali – potrebbe essere interessante recuperare olio dalla plastica? Intanto perché stoccare la plastica in discarica costa circa dai 70 ai 200 dollari a tonnellata, e riciclarla con i metodi utilizzati finora (per esempio per ottenere altri manufatti di plastica derivata) dai 50 ai 150 dollari, mentre trasformarla con il metodo Envion costa 17 dollari a tonnellata.<br />
Poi perché negli Stati Uniti si producono 48 milioni di tonnellate di rifiuti plastici all&#8217;anno, di cui si ricicla solo il 4%, e ogni generatore di olio Envion sarebbe in grado di trasformare ogni anno 10mila tonnellate di plastica in circa 50mila barili di olio usato per raffinare petrolio, gasolio e kerosene per autotrazione. Barili il cui prezzo oggi come oggi ha di nuovo superato quota 80 dollari. Probabilmente conviene aspettare a fare i calcoli sul fatturato, ma rimane il fatto che il settore dell&#8217;energia verde comincia a essere un business davvero interessante anche dal punto di vista economico.</p>
<p>Fonte: Wired</p>
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		<title>Incollare oggetti nel nanomondo</title>
		<link>http://www.freelabs.it/incollare-oggetti-nel-nanomondo/</link>
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		<pubDate>Sun, 21 Jun 2009 07:00:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Zanatta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Inquinamento e Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Scienze della terra]]></category>
		<category><![CDATA[Telefonia]]></category>

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		<description><![CDATA[Secondo gli autori, gli stessi principi oganizzativi potrebbero applicarsi a nanoparticelle più piccole, dotate di un&#8217;ampia varietà di proprietà elettriche, ottiche e magnetiche. Ricercatori della New York University hanno ottenuto un metodo per incollare in modo preciso particelle di dimensioni nano- e microscopiche in strutture di dimensioni maggiori con proprietà utili per le applicazioni tecnologiche. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://data.kataweb.it/kpmimages/kpm3/misc/scienze/2009/06/15/jpg_1338873.jpg" alt="" /></p>
<p>Secondo gli autori, gli stessi principi oganizzativi potrebbero applicarsi a nanoparticelle più piccole, dotate di un&#8217;ampia varietà di proprietà elettriche, ottiche e magnetiche.<br />
Ricercatori della New York University hanno ottenuto un metodo per incollare in modo preciso particelle di dimensioni nano- e microscopiche in strutture di dimensioni maggiori con proprietà utili per le applicazioni tecnologiche.</p>
<p><span id="more-458"></span></p>
<p>Il lavoro, il cui resoconto è apparso sulla rivista “Nature Materials”, supera il problema dell&#8217;impossibilità di gestire molti dei legami che si creano tra le molecole, che finora ha impedito la creazione di strutture macroscopiche e microscopiche stabili con un&#8217;architettura sofisticata.</p>
<p>L&#8217;obiettivo a lungo termine degli studiosi della NYU è di ottenere materiali non biologici che abbiano la capacità di autoreplicarsi: in tale processo, il numero di oggetti raddoppia a ogni ciclo. Questa crescita esponenziale è in forte contrasto con la produzione di materiali convenzionale, in cui un raddoppio di produzione richiede banalmente un raddoppio del tempo impiegato.</p>
<p>Ciò rappresenta un ostacolo notevole alla realizzazione di un alto numero di oggetti microscopici con un&#8217;architettura complessa, un passo, questo, necessario per passare dalle nanotecnologie di laboratorio a oggetti utili ai fini tecnologici.</p>
<p>Per ottenere l&#8217;auto-replicazione, i ricercatori hanno rivestito particelle di dimensioni micrometriche con corte sequenze di DNA, dalle estremità &#8220;appiccicose&#8221;: ciascun terminale consiste in una particolare sequenza di amminoacidi che tendono a legarsi alle sequenze complementari mediante specifici legami reversibili.</p>
<p>Al di sotto di una certa temperatura, infatti, le particelle &#8220;si riconoscono&#8221; e si legano tra loro, mentre oltre tale limite il legame si scinde. Ciò permette di organizzare un sistema fisico in cui le particelle si organizzano spontaneamente a formare una molecola complementare di un&#8217;altra che funge &#8220;da stampo&#8221; e che può tornare libera quando la temperatura aumenta.</p>
<p>Le interazioni mediate dal DNA erano già state utilizzate ma è sempre risultato difficoltoso ottenere una certa selettività dei processi, inducendo legami solo in un sottoinsieme di particelle (di solito, il legame avviene in tutte o in nessuna e ciò, evidentemente, rende arduo realizzare strutture ben definite.)</p>
<p>&#8220;Siamo in grado di calibrare in modo fine e anche di spegnere l&#8217;attrazione tra le particelle, rendendole inerti a meno che non vengano riscaldate o tenute insieme, come una colla a nano-contatto”, ha commentato Mirjam Leunissen, ricercatrice del Center for Soft Matter Research e primo autore dello studio.</p>
<p>Per manovrare le particelle, i ricercatori hanno utilizzato trappole o &#8220;pinze&#8221; ottiche. Questo strumento, realizzato da David Grier, preside del Dipartimento di fisica della NYU e coautore dello studio, sfrutta fasci laser per muovere oggetti di dimensioni nanoscopiche.</p>
<p>Il risultato, assicurano gli autori, apre la strada a un&#8217;ampia gamma di applicazioni. Le dimensioni delle particelle in gioco sono dell&#8217;ordine di un decimo dello spessore di un capello umano e sono quindi paragonabili a quelle delle lunghezze d&#8217;onda della luce visibile. Naturale quindi pensare a schiere di queste particelle utilizzate per la realizzazione di dispositivi ottici, tra cui sensori e cristalli fotonici che siano in grado di &#8220;tagliare&#8221; la radiazione così come fanno i semiconduttori con le correnti elettriche.</p>
<p>Inoltre, gli stessi principi oganizzativi potrebbero essere applicati a nanoparticelle più piccole, che possiedono un&#8217;ampia varietà di proprietà elettriche, ottiche e magnetiche che si possono rivelare utili per le applicazioni tencologiche. (fc)<br />
Fonte Le Scienze</p>
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		<title>Non c&#8217;è crisi per i tecnorifiuti</title>
		<link>http://www.freelabs.it/non-ce-crisi-per-i-tecnorifiuti/</link>
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		<pubDate>Fri, 29 May 2009 06:40:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Zanatta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Inquinamento e Ambiente]]></category>

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		<description><![CDATA[Roma &#8211; Secondo un rapporto complilato dall&#8217;organizzazione ambientalista Basel Action Network (BAN) l&#8217;ondata di rifiuti hi-tech avrebbe raggiunto anche l&#8217;Africa. Computer, cellulari, scanner e stampanti, gli scarti tecnologici dei paesi ricchi prendono la via di quelli in via di sviluppo come parziale rimedio al loro enorme divario digitale. Una volta sul posto, però, invece di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://img.ffffound.com/static-data/assets/6/d6a114f8c2b9b0a5e2480de24c966023c5884342_m.jpg" alt="" width="161" height="146" />Roma &#8211; Secondo un rapporto complilato dall&#8217;organizzazione ambientalista <em>Basel Action Network</em> (BAN) l&#8217;ondata di <a href="http://punto-informatico.it/2119284/PI/News/follia-del-tecnorifiuto.aspx" target="_blank">rifiuti hi-tech</a> avrebbe raggiunto anche l&#8217;Africa. Computer, cellulari, scanner e stampanti, gli <a href="http://punto-informatico.it/1334982/PI/News/hi-tech-lato-oscuro-dei-paesi-ricchi.aspx" target="_blank">scarti tecnologici dei paesi ricchi</a> prendono la via di quelli in via di sviluppo come parziale rimedio al loro enorme divario digitale. Una volta sul posto, però, invece di finire tra le mani di chi ne ha bisogno vengono ammassati in enormi discariche inquinanti.</p>
<p>Se fino ad ora le mete preferite dai trafficanti di immondizia cybernetica <a href="http://punto-informatico.it/130723/PI/News/rifiuti-hi-tech-inquinano-asia.aspx" target="_blank">erano situate in Asia</a>, con un occhio particolare per le province più povere della Cina, adesso le rotte sembrano convergere verso il continente africano, ricalcando in parte quelle del tristemente noto <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Tratta_degli_schiavi_africani" target="_blank">commercio triangolare</a>.</p>
<p><span id="more-359"></span></p>
<p>Infatti <a href="http://www.ban.org/ban_news/2009/090526_earthecycles_statements_to_press_rebutted.html" target="_blank">l&#8217;ultima denuncia</a> del gruppo ambientalista riguarda una raccolta di materiale elettronico in disuso effettuata nei dintorni di Pittsburgh, negli Stati Uniti. EarthECycle, la società incaricata dello smalitmento, <strong>avrebbe invece riempito sette container spedendoli poi a Hong Kong e in Sud Africa</strong>.</p>
<p>Sul rapporto si legge che quelli diretti verso l&#8217;ex protettorato britannico sarebbero stati intercettati e rispediti al mittente, mentre il carico diretto in Sud Africa dovrebbe essere arrivato nel porto di Durban.</p>
<p>Generalmente <strong>gli USA non vietano questo tipo di esportazioni</strong>, ma uno dei container fotografati segnalati da BAN conteneva esclusivamente vechi monitor CRT, per i quali non è consentito l&#8217;espatrio senza il consenso della nazione cui sono destinati.</p>
<p>Nonostante gli stessi produttori di hardware incoraggino il riciclaggio pulito secondo la <em>Environmental Protection Agency</em> statunitense nel 2008 <strong>solo il 20 per cento degli scarti elettronici è stato riciclato</strong> all&#8217;interno del territorio USA. La stragrande maggioranza di ciò che è rimasto è stata inviata oltreoceano.</p>
<p>Le autorità portuali di Lagos, uno dei più importanti centri urbani della Nigeria e meta di molte discariche galleggianti, lamentano l&#8217;arrivo ogni mese di una grande quantità di inutile ferraglia: <strong>solo il 25 per cento dei prodotti scaricati da 500 container è considerato riutilizzabile</strong>.</p>
<p>In molti di questi paesi la conseguenza di questi traffici è che ingenti quantità di e-waste vengono prima radunate in discariche dal vago sapore cyber-punk, e poi bruciate: il tutto senza la minima considerazione del pericolo ambientale costituito dalle nubi tossiche sprigionate da questi roghi.</p>
<p><em>Giorgio Pontico per PuntoInformatico<br />
</em></p>
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		<title>Il mare si ritira e la terra si gonfia In Alaska il clima fa strani scherzi</title>
		<link>http://www.freelabs.it/il-mare-si-ritira-e-la-terra-si-gonfia-in-alaska-il-clima-fa-strani-scherzi/</link>
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		<pubDate>Wed, 20 May 2009 18:25:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Zanatta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Inquinamento e Ambiente]]></category>

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		<description><![CDATA[A Juneau, la capitale dello Stato Usa, le acque si ritirano e la terra si &#8216;gonfia&#8217;, liberata dai giganteschi ghiacciai in scioglimento. Il fenomeno viene studiato dagli scienziati, ma sono soprattutto i 30.000 abitanti della zona a seguire con attenzione e talvolta con apprensione il mutamento in corso Prestigiacomo: «Sul clima no ad accordi impossibili» [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.lanuovaecologia.it/resize.php?img=/UserFiles/Images/alaska.jpg&amp;w=250&amp;h=0" alt="" width="146" height="121" />A Juneau, la capitale dello Stato Usa, le acque si ritirano e la terra si &#8216;gonfia&#8217;, liberata dai giganteschi ghiacciai in scioglimento. Il fenomeno viene studiato dagli scienziati, ma sono soprattutto i 30.000 abitanti della zona a seguire con attenzione e talvolta con apprensione il mutamento in corso<br />
<img src="http://www.lanuovaecologia.it/images/ico_notizia.png" alt="Notizia" /> <a title="Prestigiacomo: «No ad accordi impossibili sul clima»" href="http://www.lanuovaecologia.it/view.php?id=10989&amp;contenuto=Notizia">Prestigiacomo: «Sul clima no ad accordi impossibili»</a></p>
<p>Il riscaldamento globale crea sfide in vari luoghi del mondo per la crescita del livello dei mari, ma in Alaska sta avendo effetti opposti. A Juneau, la capitale dello Stato americano, le acque si ritirano e la terra si &#8216;gonfia&#8217;, liberata dai giganteschi ghiacciai in scioglimento. Il fenomeno viene studiato dagli scienziati statunitensi, ma sono soprattutto i 30.000 abitanti della zona a seguire con attenzione e talvolta con apprensione il mutamento in corso. I confini delle proprietà cambiano, corsi d&#8217;acqua si chiudono, aree un tempo sommerse si trasformano in zone boscose. In 200 anni, secondo gli studi dello United States Geological Survey, la terra nell&#8217;area di Juneau è salita di oltre 3 metri rispetto al livello del mare, e il fenomeno sta ora accelerando per effetto del riscaldamento globale e del conseguente sciogliemento dei ghiacci: entro il 2010 è atteso un altro metro di innalzamento.</p>
<p><span id="more-321"></span></p>
<p>Il sindaco Bruce Botelho ha detto al New York Times che negli ultimi tempi il terreno sale &#8220;ai ritmi più intensi che abbiamo mai registrato&#8221;. Un evento legato a complesse dinamiche geologiche, ma che viene paragonato per semplicità al cuscino di un sofà che si gonfia quando una persona si alza e lo libera del proprio peso. La comunità locale ha imparato a convivere con le modifiche ambientali, ma è ora un po&#8217; preoccupata dall&#8217;accelerazione che i fenomeni stanno avendo. Il canale Gastineau, su cui si affaccia la città, era navigabile da parte di imbarcazioni di grande stazza fino ad alcuni decenni fa, e ha ora invece un fondo fangoso che sale e lo rende impraticabile per la navigazione.</p>
<p>C&#8217;è preoccupazione poi per i salmoni, da sempre una delle maggiori risorse dell&#8217;area, che al loro ritorno ogni stagione trovano sempre più difficile risalire le correnti, perché i corsi d&#8217;acqua si ritirano di fronte alla terra che sale. &#8220;Il salmone è legato alla nostra identità, a ciò che siamo come comunità&#8221;, dice preoccupato il sindaco Botelho. C&#8217;é però anche chi si gode i cambiamenti in corso. Morgan DeBoer, per esempio, nel 1998 ha approfittato dell&#8217;arretramento delle acque per costruire un campo da golf da nove buche su un&#8217;area posseduta da decenni dalla sua famiglia, che era in precedenza sommersa. L&#8217;acque negli ultimi dieci anni si sono allontanate ancora di più dalla sua proprietà, scoprendo nuovi terreni, e DeBoer ha adesso spazio sufficiente per aggiungere altre nove buche.</p>
<p>Fonte: LaNuovaEcologia</p>
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		<title>Clima, accordo Ue-Giappone Ma l&#8217;Australia frena sui tagli</title>
		<link>http://www.freelabs.it/clima-accordo-ue-giappone-ma-laustralia-frena-sui-tagli/</link>
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		<pubDate>Wed, 06 May 2009 15:44:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Zanatta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Inquinamento e Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;Unione Europea e il Giappone collaboreranno alla stesura di un nuovo accordo internazionale in materia di riduzione delle emissioni di gas climalteranti, per il dopo Kyoto. Intanto in Australia la crisi spinge il governo a rinviare di un anno lo schema di scambio delle quote di emissioni L&#8217;Ispra: «L&#8217;effetto serra incrementa le malattie» Nature: «Serve [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.lanuovaecologia.it/resize.php?img=/UserFiles/Images/effettoserra.jpg&amp;w=250&amp;h=0" alt="" /><strong><strong><strong></strong>L&#8217;Unione Europea e il Giappone collaboreranno alla stesura di un nuovo accordo internazionale in materia di riduzione delle emissioni di gas climalteranti, per il dopo Kyoto. Intanto in Australia la crisi spinge il governo a rinviare di un anno lo schema di scambio delle quote di emissioni</strong></strong></p>
<p><strong><strong><br />
</strong></strong></p>
<p><strong><strong><br />
<img src="http://www.lanuovaecologia.it/images/ico_notizia.png" alt="Notizia" /> <a title="L'Ispra: «I cambiamenti climatici aumentano il rischio di malattie»" href="http://www.lanuovaecologia.it/view.php?id=10928&amp;contenuto=Notizia">L&#8217;Ispra: «L&#8217;effetto serra incrementa le malattie»</a><br />
<img src="http://www.lanuovaecologia.it/images/ico_notizia.png" alt="Notizia" /> <a title="Clima, serve stop totale delle emissioni" href="http://www.lanuovaecologia.it/view.php?id=10916&amp;contenuto=Notizia">Nature: «Serve un azzeramento delle emissioni»</a></strong></strong></p>
<p><strong><strong><span id="more-259"></span></strong></strong></p>
<p><strong>L&#8217;ACCORDO. </strong>L&#8217;Unione Europea e il Giappone collaboreranno alla stesura di un nuovo accordo internazionale in materia di riduzione delle emissioni di gas climalteranti, che quest&#8217;anno a Copenaghen dovrà sostituire il protocollo di Kyoto sul clima. Lo hanno concordato in un incontro a Praga il presidente della Commissione europea José Barroso, il premier giapponese Taro Aso e il presidente ceco Vaclav Klaus. Secondo Klaus, i colloqui tra Ue e Giappone sul clima sono stati incentrati soprattutto sulle nuove tecnologie di risparmio energetico.</p>
<p><strong>L&#8217;ECOSCETTICO.</strong> &#8220;D&#8217;accordo con la necessità di uno sfruttamento più efficiente delle fonti di energia, no invece sul divieto dello sfruttamento di alcuni tipi di energia&#8221;, ha detto Klaus, che contesta le teorie sul riscaldamento globale e l&#8217;ipotesi che esso sia conseguenza alle attività umane. L&#8217;attuale protocollo sulla riduzione delle emissioni fu firmato a Kyoto in Giappone l&#8217;11 dicembre 1997 da più di 160 paesi, tranne gli Usa. È entrato in vigore il 16 febbraio 2005, con la ratifica della Russia. Il nuovo trattato in via di preparazione &#8211; si spera di giungere a un accordo in occasione del summit di dicembre a Copenaghen &#8211; dovrebbe entrare in vigore nel 2012.</p>
<p><strong>STOP AUSTRALIANO.</strong> Intanto il governo laburista australiano ha rinviato di un anno, fino al 2011, l&#8217;annunciato schema di scambio di quote di emissioni, a causa del rallentamento dell&#8217;economia e per non danneggiare le imprese. Nel tentativo di smorzare l&#8217;opposizione dei Verdi, saranno stabiliti tagli più drastici alle emissioni quando la legge sarà presentata in giugno al Senato, dove il governo è in minoranza. Lo schema, sul modello europeo, doveva iniziare in luglio 2010 con un target di riduzione delle emissioni, sui livelli del 2000, fra il 5% e il 15% per il 2020 e del 60% per il 2050. Il target del 15% si sarebbe applicato solo dopo un accordo globale, che impegni i paesi sviluppati a riduzioni equivalenti.</p>
<p><strong>VERDI PERPLESSI. </strong>&#8220;La grave recessione mondiale ci impone di adattare le misure contro il cambiamento climatico ma non di abbandonarle&#8221;, ha detto Rudd. Secondo il piano modificato, l&#8217;Australia adotterà tagli più profondi alle emissioni se l&#8217;Onu raggiungerà un nuovo patto globale di riduzione nel vertice di dicembre a Copenaghen&#8221;. I Verdi, che finora hanno chiesto una riduzione del 40% entro il 2020, indicano di poter accettare un target del 25%, ma continuano ad esprimere perplessità su aspetti dello schema che favorirebbero troppo le industrie più inquinanti.</p>
<p>Fonte: Lanuovaecologia</p>
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		<title>Muore il mare d&#8217;Aral</title>
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		<pubDate>Mon, 04 May 2009 00:45:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Zanatta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[È naufragato in una vaga dichiarazione d&#8217;intenti finale il vertice dei presidenti dei cinque Paesi dell&#8217;Asia centrale riunitisi ad Almaty, in Kazakhstan, per discutere di come salvare il grande lago salato teatro di uno dei più gravi disastri ambientali causati dall&#8217;uomo È naufragato in una vaga dichiarazione d&#8217;intenti finale il vertice dei presidenti dei cinque Paesi dell&#8217;Asia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.lanuovaecologia.it/resize.php?img=/UserFiles/Images/aral.jpg&amp;w=250&amp;h=0" alt="" /><strong>È naufragato in una vaga dichiarazione d&#8217;intenti finale il vertice dei presidenti dei cinque Paesi dell&#8217;Asia centrale riunitisi ad Almaty, in Kazakhstan, per discutere di come salvare il grande lago salato teatro di uno dei più gravi disastri ambientali causati dall&#8217;uomo</strong></p>
<p>È naufragato in una vaga dichiarazione d&#8217;intenti finale il vertice dei presidenti dei cinque Paesi dell&#8217;Asia centrale riunitisi ad Almaty, in Kazakhstan, per discutere di come salvare il Mare di Aral, il grande lago salato teatro di uno dei più gravi disastri ambientali causati dall&#8217;uomo, in questo caso dalla pianificazione sovietica. I leader di Kazakhstan, Uzbekistan, Turkmenistan, Kirghizistan, Tagikistan si sono impegnati a trovare il modo di unificare le loro posizioni in futuro. Ma per il presente sono emersi solo i conflitti tra i primi tre Stati, in gran parte desertici ma ricchi di idrocarburi e grandi consumatori d&#8217;acqua, e gli ultimi due, che controllano l&#8217;80% delle risorse d&#8217;acqua nella regione non riuscendo però a sviluppare il loro potenziale idroelettrico per l&#8217;opposizione dei vicini.</p>
<p><span id="more-242"></span><br />
La costruzione di centrali, infatti, aggraverebbe la penuria d&#8217;acqua e metterebbe a rischio la lucrativa cultura uzbeka del cotone. Per non parlare di quella ancor più redditizia della trivellazione: i terreni lasciati scoperti dall&#8217;acqua si sono rivelati ricchissimi di giacimenti di gas naturale ed esiste già un accordo per lo sfruttamento del sottosuolo in territorio uzbeko che mal si concilia con un eventuale ritorno dell&#8217;acqua al livello originario. Il vertice sul Mare di Aral, al quale non è stata invitata Mosca nonostante il suo tentativo di mantenere la sua influenza nell&#8217;Asia centrale, è diventato così una cartina di tornasole della potenziale instabilità nella regione legata all&#8217;uso dell&#8217;acqua. Il presidente kazako Nursultan Nazarbaiev ha promesso che, nonostante la crisi finanziaria, continueranno gli sforzi del suo Paese per salvare lo specchio d&#8217;acqua, condiviso con l&#8217;Uzbekistan anche se ormai dal 1987 si tratta di due laghi distinti, isolati da una diga finita nel 2005. &#8220;Realizzeremo gli otto elementi del programma per oltre 191 milioni di dollari&#8221;, ha garantito.</p>
<p>Ma Nazarbaiev ha anche ammesso che &#8220;nonostante l&#8217;impegno, i tassi di crescita dei fattori che mettono a rischio l&#8217;ambiente superano la dimensione degli sforzi fatti&#8221;. Il Mare di Aral, un tempo il quarto lago più grande del mondo, ha perso il 90% della sua superficie dalla metà del secolo scorso a causa principalmente del piano di coltura intensiva voluta dal regime sovietico nell&#8217;immediato dopoguerra: l&#8217;acqua dei due fiumi che alimentavano il lago fu prelevata tramite canali per irrigare i neonati vasti campi di cotone delle zone circostanti. Il responsabile del piano, Grigori Voropaev, ammise tranquillamente che il suo scopo era &#8220;far morire serenamente il lago d&#8217;Aral&#8221;, definito &#8220;un errore della natura&#8221;. La linea della costa è arrestrata in alcuni punti anche di 150 km lasciando un deserto di sabbia salata, e tossica a causa dei pesticidi, che ha reso inabitabile gran parte dell&#8217;area, aumentando le malattie respiratorie e renali. Le polveri, trasportate dal vento, sono arrivate fino al Nord Europa e sull&#8217;Himalaya.<br />
Fonte: Lanuovaecologia.it</p>
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		<title>Navi dei veleni, in Calabria rifiuti radioattivi trovati in un torrente</title>
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		<pubDate>Fri, 01 May 2009 11:18:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Zanatta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sarebbero decine e decine i morti nella zona del Tirreno cosentino provocati dalla presenza di rifiuti radioattivi provenienti dall&#8217;affondamento della motonave Rosso, avvenuto nel 1990 al largo di Amantea. Sulla vicenda sta svolgendo un&#8217;inchiesta la procura della Repubblica di Paola Sarebbero decine e decine i morti nella zona del Tirreno cosentino provocati dalla presenza di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.lanuovaecologia.it/resize.php?img=/UserFiles/Images/motrosso.jpg&amp;w=250&amp;h=0" alt="" width="110" height="91" /><strong><strong>Sarebbero decine e decine i morti nella zona del Tirreno cosentino provocati dalla presenza di rifiuti radioattivi provenienti dall&#8217;affondamento della motonave Rosso, avvenuto nel 1990 al largo di Amantea. Sulla vicenda sta svolgendo un&#8217;inchiesta la procura della Repubblica di Paola</strong></strong></p>
<p>Sarebbero decine e decine i morti nella zona del Tirreno cosentino provocati dalla presenza di rifiuti radioattivi provenienti dall&#8217;affondamento del mercantile Rosso, avvenuto nel 1990 al largo di Amantea (Cosenza). In realtà l<span style="font-size: x-small;">a motonave non riuscì ad affondare e il mare mosso in quella notte del 14 dicembre del &#8217;90 la spinse sulla spiaggia di Campora San Giovanni. </span>Sulla vicenda sta svolgendo un&#8217;inchiesta la procura della Repubblica di Paola. L&#8217;indagine ha portato all&#8217;individuazione dell&#8217;area in cui sono stati depositati illecitamente i rifiuti radioattivi.</p>
<p>Il sito si trova nell&#8217;alveo di un torrente nel comune di Serra d&#8217;Aiello. Le persone che sono decedute erano affette da neoplasie che sarebbero state provocate, secondo quanto è emerso dagli accertamenti, dalla radioattività dei rifiuti. L&#8217;inchiesta della Procura viene svolta col supporto di rilevazioni scientifiche affidate ad esperti chimici ed altro personale specializzato che hanno presentato una serie di perizie ora al vaglio dei magistrati. Scopo dell&#8217;inchiesta è di accertare le responsabilità legate all&#8217;occultamento dei rifiuti e di procedere, al contempo, alla bonifica del territorio contaminato dal materiale radioattivo. Le risultanze sono state comunicate alle autorità sanitarie locali e regionali per i provvedimenti di competenza.</p>
<p><span id="more-234"></span></p>
<p>Fonte: Lanuovaecologia</p>
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