Il sistema è in grado di rilevare deflessioni dei sensori fino a un decimillesimo delle dimensioni di un atomo di idrogeno

Rilevare singole molecole, lo spin di singoli elettroni e i movimenti di masse incredibilmente piccole: è quanto sono riusciti a fare un gruppo di ricercatori della Yale School of Engineering and Applied Sciences grazie alla messa a punto di un oscillatore nanoscopico, o nanocantilever, che funziona sulla base dei principi della fotonica e che elimina la necessità di ricorrere a trasduttori elettrici e a faticose messe a punto dei laser.

L’apparecchiatura, descritta in un articolo pubblicato in anteprima sul sito di “Nature Nanotechnology” rappresenta una nuova generazione di strumenti per misurazioni ultrasensibili a scala atomica.
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L’ultima tappa del Wired University Tour  sarà a Napoli.  Dall’8 al 12 giugno il gazebo rosso di Wired, dove sarà possibile sfogliare una copia virtuale del magazine in un leggio interattivo, sarà al Università Federico II. Abbiamo parlato con i ricercatori del Dipartimento di Fisica che sono impegnati in uno dei più ambiziosi e complessi progetti del mondo.

Il mondo è in attesa di vedere la “particella di Dio” e con esso il dipartimento di Fisica dell’Università Federico II di Napoli, che da dieci anni sta lavorando ad uno dei più grossi e suggestivi macchinari del mondo: l’acceleratore di particelle conosciuto come LHC (large Hadron Collider). LHC prende il nome dei due fasci di particelle subatomiche che saranno fatti scontrare ad altissima velocità per ricreare la scintilla originaria dell’Universo. Dopo essere entrato in funzione a settembre dello scorso anno, l’acceleratore si è rotto e dopo varie posticipazioni dovrebbe essere riacceso ad ottobre di quest’anno. “Il ritardo è un vantaggio – ci dice Sergio Patricelli del Dipartimento di Fisica dell’Università di Napoli – siamo in fase di raffinamento di tutte le nostre armi per la partenza di LHC e il nostro obiettivo è trovare il Bosone di Higgs, l’ultimo tassello per il completamento del modello standard delle particelle elementari”.

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L’esperimento Pamela ha registrato un eccesso di positroni che potrebbe essere associato al decadimento di particelle di materia oscura
Un’anomalia nel rapporto tra numero di positroni e numero di elettroni osservata dall’esperimento Pamela (Payload for Antimatter Matter Exploration and Light – nuclei Astrophysics), ospitato a bordo di un satellite russo in orbita intorno alla Terra, potrebbe essere un segnale dell’esistenza di materia oscura, di cui sarebbe composto il 23 per cento dell’universo. È il risultato di uno studio pubblicato il 2 aprile su «Nature» e realizzato da un gruppo internazionale di scienziati coordinato dall’Istituto nazionale di fisica nucleare (INFN). In particolare l’esperimento Pamela, pensato per lo studio dei raggi cosmici, ha rilevato un’abbondanza di positroni, particelle con massa dell’elettrone e carica positiva, che troverebbe una spiegazione plausibile in un segnale di materia oscura, cioè materia che non emette e non assorbe radiazione e la cui presenza è ipotizzata sulla base degli effetti gravitazionali sulla materia ordinaria.

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L’asimmetria fra materia e antimateria

Applicando un nuovo metodo statistico, un gruppo di ricercatori ha mostrato come sia possibile usare matrici casuali per spiegare l’entità della violazione di CP in natura

Per la prima volta è stata stimata l’entità di un fondamentale “squilibrio” che caratterizza il mondo sub-atomico: si tratta di quello correlato alla cosiddetta violazione CP (carica-parità) che distingue la materia dall’antimateria, ed è essenziale per comprendere perché nel mondo naturale la materia predomini in modo così marcato sull’antimateria. Il risultato è stato ottenuto da Gary Gibbons e Steffen Gielen dell’Università di Cambridge, in Gran Bretagna, da Neil Turok del Perimeter Institute for Theoretical Physics e da Chris Pope della Texas A&M, che firmano in proposito un articolo in corso di pubblicazione sulle “Physical Review Letters” (già consultabile peraltro sul sito di arXiv).

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Attualmente è difficile identificare sistemi di questo tipo che abbiano periodi orbitali brevi, ma le enormi capacità computazionali del progetto permetterà di rivelare pulsar con periodo orbitale fino a 11 minuti

Einstein@Home, promosso dall’Università del Wisconsin a Milwaukee (UWM) e dall’Albert Einstein Institute (AEI), che ha sede in Germania, è uno dei più grandi progetti di calcolo diffuso del mondo.

Oggi Bruce Allen, direttore dell’Einstein@Home project, e Jim Cordes, della Cornell University e direttore dell’Arecibo PALFA Consortium, hanno annunciato che il progetto sta cominciando ad analizzare i dati ottenuti con l’Osservatorio Arecibo di Puerto Rico.
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