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	<title>Freelabs.it - Technology, news and future &#187; Scienze della terra</title>
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		<title>La più feroce eruzione sottomarina mai vista</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Dec 2009 09:17:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Zanatta</dc:creator>
				<category><![CDATA[All News]]></category>
		<category><![CDATA[Scienze della terra]]></category>
		<category><![CDATA[videoarea]]></category>

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		<description><![CDATA[]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="344" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowScriptAccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/eERsy1IO4LM&amp;color1=0xb1b1b1&amp;color2=0xcfcfcf&amp;hl=en_US&amp;feature=player_embedded&amp;fs=1" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="344" src="http://www.youtube.com/v/eERsy1IO4LM&amp;color1=0xb1b1b1&amp;color2=0xcfcfcf&amp;hl=en_US&amp;feature=player_embedded&amp;fs=1" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
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		<title>A caccia di Alieni. Sperando che inquinino.</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Oct 2009 19:35:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Zanatta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Scienze della terra]]></category>

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		<description><![CDATA[La notizia è fresca di qualche ora: gli astronomi dell’ESO hanno scoperto 32 nuovi pianeti esterni al sistema solare che, considerando i parametri di massa e distanza dalla loro stella, potrebbero avere le carte in regola per ospitare vita aliena. Si tratta di pianeti le cui dimensioni variano da cinque volte quelle della Terra a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://services.condenetint.com/dam/674x281/d_f/extraterrestri.jpg" alt="" width="406" height="169" /></p>
<p>La notizia è fresca di qualche ora: gli astronomi dell’ESO hanno scoperto 32 nuovi pianeti esterni al sistema solare che, considerando i parametri di massa e distanza dalla loro stella, potrebbero avere le carte in regola per ospitare vita aliena. Si tratta di pianeti le cui dimensioni variano da cinque volte quelle della Terra a cinque volte quelle di Giove. Con questi 32, captati grazie al prodigioso spettrografo HARPS che l’ESO ha allestito a La Silla, in Chile, gli esoplaneti scovati fino a oggi salgono a 400.</p>
<p><span id="more-736"></span></p>
<p>Un numero imponente che alimenta le speranze degli astrobiologi che da anni scandagliano il cosmo in cerca di vita non terrestre. Il problema rimane sempre lo stesso: posto che la tecnologia attuale non ci permette di andare a controllare di persona, come possiamo analizzare questi corpi celesti e decretare la presenza o meno dei leggendari “omini verdi”?</p>
<p>La risposta più recente è anche la più curiosa: per trovare vita intelligente bisognerebbe cercare le tracce concrete che questa lascia nell’atmosfera. In una parola: l’inquinamento, sia esso luminoso o chimico. Un indicatore di vita aliena potrebbe essere dunque la presenza o meno di fonti luminose sulla crosta del pianeta. Oppure la presenza nella sua atmosfera di inquinanti chimici, come i clorofluorocarburi , che possono avere un’origine solo artificiale.</p>
<p>In passato avevamo raccontato di come nelle Isole Canarie si stesse setacciando l’universo alla ricerca di pianeti con un’atmosfera simile a quella terrestre e perciò in grado di ospitare la vita. In questo caso l’approccio è simile, ma opposto. L’efficacia di questo sistema si basa infatti sull’assunzione che le razze aliene appestino l’aria proprio come facciamo noi.</p>
<p>Ma poniamo anche di avere a disposizione telescopi abbastanza potenti da individuare tracce di fluorocarburi in pianeti esterni al nostro sistema solare (gioielli come il Terrestrial Planet Finder non sarebbero sufficienti), per quale motivo una razza aliena dovrebbe produrre pericolosi inquinanti buca-ozono simili ai nostri? Dovremmo forse sperare che le razze aliene che abitano l’universo siano stupide e poco lungimiranti quanto noi? Pare di sì.</p>
<p>In attesa che la pista dell’inquinamento diventi attuabile, la ricerca della vita extraterrestre continua a battere strade parallele, la maggior parte delle quali fanno capo al SETI che da anni sonda l’oscurità del cielo in cerca di onde radio aliene. A questo proposito è interessante segnalare il progetto SETI@home, grazie al quale negli ultimi 10 anni cinque milioni di persone hanno contribuito da casa propria all’ormai leggendaria ricerca della vita oltre il sistema solare.<br />
Nel frattempo, noi speriamo che gli ipotetici omini verdi di questo pianeta non decidano anche loro di cercare fonti luminose provenienti da altri pianeti. Altrimenti il prossimo incontro ravvicinato del terzo tipo potrebbe avere luogo a Las Vegas, e a quel punto sarebbe difficile per i volponi americani insabbiare il tutto dietro le barriere invalicabili dell’area 51.</p>
<p>Fonte: Wired</p>
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		<title>Trasformare la cacca in biodiesel? Sì, da oggi si può.</title>
		<link>http://www.freelabs.it/trasformare-la-cacca-in-biodiesel-si-da-oggi-si-puo/</link>
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		<pubDate>Thu, 15 Oct 2009 14:30:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Zanatta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Scienze della terra]]></category>

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		<description><![CDATA[Oggi le guerre si combattono per il petrolio. Una nazione ne bombarda un’altra, la invade e ne trivella il suolo e requisisce tonnellate di oro nero. Ma stando alle nuove ricerche condotte a Marloborough, Massachussetts, in futuro le guerre per le fonti energetiche potrebbero avere luogo nelle fognature delle grandi città. In questi giorni una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://services.condenetint.com/dam/674x281/o_r/oleodotto.jpg" alt="" width="355" height="148" /></p>
<p>Oggi le guerre si combattono per il petrolio. Una nazione ne bombarda un’altra, la invade e ne trivella il suolo e requisisce tonnellate di oro nero. Ma stando alle nuove ricerche condotte a Marloborough, Massachussetts, in futuro le guerre per le fonti energetiche potrebbero avere luogo nelle fognature delle grandi città.<br />
In questi giorni una compagnia leader nel settore dei biocarburanti, la Qteros, ha stretto un accordo con la compagnia israeliana ACT specializzata nel riciclaggio delle acque di scarico. L’obbiettivo: trasformare le acque nere in etanolo cellulosico.</p>
<p><span id="more-734"></span></p>
<p>L’asso nella manica della Qteros è un particolare batterio capace di assimilare cellulosa, fermentarla e produrre etanolo con una velocità da primato. Il suo nome scientifico è Clostridium phytofermentans, ma nel campo è meglio conosciuto come Microbo Q. Grazie ai suoi enzimi, questo vorace batterio è in grado di trasformare una scorpacciata di scarichi maleodoranti in ottimo biocarburante, al ritmo di 520 litri per ogni tonnellata di liquido. Niente male, considerando che dal mais se ne ottengono solo 400.<br />
Fino ad oggi infatti le ricerche sui biocarburanti derivati dalla cellulosa si erano concentrate prevalentemente su piante come il miscanthus, il panico verga e, appunto, il mais. Questo approccio presenta tuttavia un problema: per poter essere assimilata dai batteri la cellulosa deve essere separata dalla lignina, che nelle piante abbonda, cosa che impone costi elevati di raffinazione. Nelle acque di scarico invece di cellulosa ce n&#8217;è in quantità, mentre la lignina è presente solo in minima parte, il che rende estremamente più facile per il Microbo Q trovare la sua fonte di cibo.</p>
<p>Per quanto l’immagine non sia delle più felici, alimentare la propria auto con gli escrementi della comunità sarebbe cosa estremamente vantaggiosa, sia in termini economici e che ambientali. Immaginate lo scenario: le acque nere vengono deviate dalle fognature, spinte attraverso filtri che separano la parte solida da quella liquida, poi da quella solida vengono ricavati pellets che vengono trattati per essere dati in pasto al Microbo Q, che ottiene etanolo. Risultato: l’amministrazione comunale risolve il problema degli scarichi urbani, i cittadini hanno a disposizione carburante a basso costo, l’ambiente ringrazia per l’85% in meno di emissioni di gas serra.</p>
<p>In questi giorni la Qteros ha annunciato che un impianto pilota verrà realizzato a breve in Massachusetts. Se i risultati della joint venture tra ACT e Qteros saranno quelli sperati, d’un tratto ci troveremo con città che riposano sopra preziosi giacimenti di potenziale bioetanolo. Speriamo che gli americani non decidano di chiamarlo Brown Gold, sarebbe un filino di cattivo gusto.</p>
<p>Fonte: Wired</p>
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		<title>Il punto H: dove nasce la paura</title>
		<link>http://www.freelabs.it/il-punto-h-dove-nasce-la-paura/</link>
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		<pubDate>Mon, 27 Jul 2009 17:10:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Zanatta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Scienze della terra]]></category>

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		<description><![CDATA[Seduta al buio sulla poltrona di un cinema di Londra, con il viso pressato sotto le mie stesse mani, e senza più un urlo rimasto in gola, quando finalmente riesco a respirare un po’: 1) da appassionata del genere mi dico, ipereccitata, che Drag me to hell forse è il film horror più riuscito degli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://services.condenetint.com/dam/674x281/d_f/editdragmetohell_us.jpg" alt="" width="355" height="148" /></p>
<p>Seduta al buio sulla poltrona di un cinema di Londra, con il viso pressato sotto le mie stesse mani, e senza più un urlo rimasto in gola, quando finalmente riesco a respirare un po’: 1) da appassionata del genere mi dico, ipereccitata, che Drag me to hell forse è il film horror più riuscito degli ultimi tempi 2) inorridita, davvero inorridita, chiedo al mio cervello perché mi sono “trascinata” fino a qui giusto per farmi paralizzare dal terrore?</p>
<p><span id="more-653"></span></p>
<p>Mi guardo attorno e tutti quelli che escono dalla sala sono nelle mie stesse condizioni, allucinati ed esitanti nella loro andatura, ma esilarati dalla paura. Drag me to hell, di Sam Raimi che in Italia esce  l’11 settembre  non ha scene splatter o immagini dettagliate di morti violente, eppure i “diabolici” trucchi cinematografici del regista di Spiderman, tempi serrati, creature orribili e angolature mozzafiato che senza preavviso ci fanno precipitare nell’horror, arrivano dritte al nostro cervello sollecitando il nostro… “punto H”.<br />
Noi lo abbiamo chiamato così ma per descriverlo, usando il suo nome scientifico, ci riferiamo all’amigdala.</p>
<p>Alcuni scienziati del California ScienCenter hanno elaborato una mappa per scandagliare gli angoli più paurosi del nostro cervello e mostrarcele in 3D.</p>
<p>Secondo gli esperimenti di Joseph LeDoux della New York University all’interno del nostro cervello la paura segue due percorsi distinti, gli organi sensoriali passano l’informazione al talamo, dove il segnale prima di raggiungere l’amigdala si dirama in due uno più corto che darebbe l’allarme prima ancora che noi riusciamo a capire cosa stia accadendo e un altro, appena successivo, che raggiunge la corteccia cerebrale e determina se siamo in presenza di un pericolo reale.</p>
<p>La scienza ha analizzato perchè di fronte ai film horror mentre alcuni urlano, altri scoppiano a ridere invece. Il motivo sarebbe genetico secondo i ricercatori del Karolinka Intitutet di Stoccolma e dell’Università di Greifswald in Germania che studiando le reazioni di 96 donne di fronte ad immagini piacevoli, neutre o drammatiche, associate a piccole stimolazioni elettriche, hanno rilevato variazioni genetiche collegate ai meccanismi di apprendimento e gestione della paura.</p>
<p>I geni oggetto di studio sono stati quello che trasporta la serotonina, conosciuta anche come l’ormone della felticità”  e quello legato all’enzima Comt che invece viene usato per metabolizzare la dopamina, una molecola importante per ricordare fatti e situazioni.<br />
I ricercatori hanno scoperto che polimorfismi, ovvero variazioni nella lunghezza di questi geni possono indurre alcuni ad essere più fifoni di altri di fronte a certi stimoli.</p>
<p>Di fondo essere paurosi non è necessariamente solo qualcosa di cui vergognarsi ma anche un meccanismo, già sfruttato dall’evoluzione, per tenerci alla larga da ambienti e situazioni pericolose.</p>
<p>Se potete allora tenetevi alla larga dall&#8217;esorcista che sempre secondo il sito della scienza della paura è il film più pauroso di tutti i tempi , e voi che film fareste vincere? Segnalatecelo e condividete con noi la vostra pelle d’oca.<br />
Fonte: Wired</p>
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		<title>Ecco come impariamo a percepire i pensieri degli altri</title>
		<link>http://www.freelabs.it/ecco-come-impariamo-a-percepire-i-pensieri-degli-altri/</link>
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		<pubDate>Sun, 26 Jul 2009 12:33:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Zanatta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Scienze della terra]]></category>

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		<description><![CDATA[Pare che una parte del nostro cervello sia dedicata a giudicare le scelte comportamentali delle altre persone. L&#8217;ha affermato Rebecca Saxe, una neuroscienziata cognitiva dell&#8217;MIT e ora leader del Saxelab. Ha scoperto che il lobo destro temporo-parietale (RTPJ) è responsabile delle nostre analisi dei pensieri degli altri. Saxe ha studiato il comportamento dei bambini affidandogli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://services.condenetint.com/dam/674x281/a_c/brain_coral.jpg" alt="" width="337" height="141" /></p>
<p>Pare che una parte del nostro cervello sia dedicata a giudicare le scelte comportamentali delle altre persone.</p>
<p>L&#8217;ha affermato Rebecca Saxe, una neuroscienziata cognitiva dell&#8217;MIT e ora leader del Saxelab. Ha scoperto che il lobo destro temporo-parietale (RTPJ) è responsabile delle nostre analisi dei pensieri degli altri.</p>
<p><span id="more-646"></span></p>
<p>Saxe ha studiato il comportamento dei bambini affidandogli il compito di immaginare i sentimenti delle altre persone.</p>
<p>In un altro compito i bambini dovevano immaginare un pirata che aveva poggiato il suo panino su una cassapanca e che poi se n&#8217;era andato. Pochi istanti dopo il vento aveva buttato il panino sul pavimento. Poi arrivava un secondo pirata, per mettere il suo panino sulla cassapanca. Che panino avrebbe preso il primo pirata al suo ritorno? Quello sulla cassapanca o quello per terra?</p>
<p>I bambini più grandi hanno avanzato l&#8217;ipotesi che il primo pirata avrebbe pensato che il panino sulla cassapanca fosse il suo, mentre quelli di tre anni hanno supposto che avrebbe preso quello sulla cassapanca perché quello sul pavimento era sporco, ma non hanno pensato che l&#8217;avrebbe preso per sbaglio. I bambini più piccoli non erano perciò in grado di immaginare cosa poteva passare per la testa di un&#8217;altra persona.</p>
<p>La squadra ha registrato l&#8217;attività del RTPJ mentre i bambini erano occupati in queste attività, scoprendo che aumentavano con l&#8217;età del bambino.</p>
<p>Saxe ha inoltre suggerito che interferendo con quest&#8217;area del cervello si potevano modificare le reazioni delle persone. Si potrebbero usare le &#8220;pulsioni magnetiche per cambiare il modo in cui le persone giudicano i giudizi degli altri&#8221;.</p>
<p>Chissà cosa succederebbe se questa tecnologia finisse nelle mani dell&#8217;esercito. Saxe ha ammesso che il Pentagono aveva già tentato &#8216;arruolarla&#8217;. &#8220;Mi chiamano, ma io non rispondo mai&#8221;, ha aggiunto.</p>
<p>Fonte: Wired</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Il corpo come una lampadina</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Jul 2009 12:15:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Zanatta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Scienze della terra]]></category>

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		<description><![CDATA[Prima facciamo un patto: noi vi raccontiamo una cosa, però poi non vi mettete a togliere le lampadine da casa pensando di fare “tutto da soli”. Alcuni ricercatori giapponesi, infatti, hanno scoperto che il corpo umano emette luce. E senza necessariamente farsi un bagno d’uranio. Scherzi a parte, il nostro corpo è in grado di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://services.condenetint.com/dam/674x281/k_n/lamp.jpg" alt="" width="293" height="122" /></p>
<p>Prima facciamo un patto: noi vi raccontiamo una cosa, però poi non vi mettete a togliere le lampadine da casa pensando di fare “tutto da soli”. Alcuni ricercatori giapponesi, infatti, hanno scoperto che il corpo umano emette luce. E senza necessariamente farsi un bagno d’uranio.</p>
<p><span id="more-643"></span></p>
<p>Scherzi a parte, il nostro corpo è in grado di emettere luce visibile, anche se in quantità tutto sommato trascurabili: circa mille volte in meno di quella a cui i nostri occhi iniziano a percepirla. Così, per condurre la ricerca, i nostri amici orientali hanno utilizzato delle speciali videocamere, così sensibili da essere in grado di individuare anche un singolo fotone. A questo punto, hanno puntato le videocamere verso cinque volontari maschi, posti in stanze oscurate 20 minuti ogni 3 ore, dalle 10 del mattino alle 10 di sera. Così  si è scoperto che la luminosità del corpo varia sensibilmente durante il giorno, con il picco minimo alle dieci del mattino, a quello massimo alle quattro del pomeriggio. E questo, spiegano i ricercatori, si giustifica legando il fenomeno alle attività metaboliche dell’organismo. Insomma, questa luce sarebbe scatenata dalle numerose reazioni chimiche che avvengono all’interno del nostro organismo.</p>
<p>La parte più luminosa del corpo? La faccia, come è evidenziato proprio dalle riprese effettuate. In questo caso dipende dai pigmenti cutanei, ricchi in melanina, una sostanza che ha dei componenti fluorescenti che aggiungono luce a quella generata per via metabolica. Hitoshi Okamura, biologo della Kyoto University, afferma che la distribuzione della luminosità, proprio per via del legame col metabolismo, potrebbe essere utilizzata per rilevare alcune patologie. E chissà, magari pure per distinguere gli alieni dagli umani. Ricordate, sono in mezzo a noi…</p>
<p>Fonte: Wired</p>
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		<title>La ricerca scientifica è in caduta libera, c&#8217;è bisogno della Rete.</title>
		<link>http://www.freelabs.it/la-ricerca-scientifica-e-in-caduta-libera-ce-bisogno-della-rete/</link>
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		<pubDate>Wed, 22 Jul 2009 14:35:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Zanatta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Scienze della terra]]></category>

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		<description><![CDATA[Fuga dei cervelli, emorragia di fondi alle università, il popolo dei disoccupati con laurea. Queste colorite definizioni aiutano a delineare un fenomeno che da alcuni anni a questa parte chiunque abbia frequentato un&#8217;università italiana ha toccato con mano: la ricerca è malata, boccheggia, soffre dell&#8217;indifferenza della politica e della società. Anno dopo anno i fondi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://services.condenetint.com/dam/674x281/o_r/ricerca-scientifica.jpg" alt="" width="389" height="162" /></p>
<p>Fuga dei cervelli, emorragia di fondi alle università, il popolo dei disoccupati con laurea. Queste colorite definizioni aiutano a delineare un fenomeno che da alcuni anni a questa parte chiunque abbia frequentato un&#8217;università italiana ha toccato con mano: la ricerca è malata, boccheggia, soffre dell&#8217;indifferenza della politica e della società. Anno dopo anno i fondi diminuiscono, i rettori minacciano di dimettersi, alcuni laboratori chiudono o trasferiscono i loro progetti all&#8217;estero; e sempre più giovani decidono a malincuore di spiegare le vele e superare le Alpi in cerca di uno stipendio decente.</p>
<p><span id="more-637"></span></p>
<p>Mentre nelle aule, come nelle piazze, monta l&#8217;onda di protesta studentesca, mentre dall&#8217;alto piovono promesse, dagli Stati Uniti arriva un provvidenziale salvagente. Si chiama SciFlies ed è un sistema di microfinanziamento che punta a raccogliere fondi per la ricerca attraverso la Rete.<br />
Il progetto è nato da un&#8217;idea dell&#8217;ingegnere David Fries: sfruttare le potenzialità della Rete per raccogliere donazioni pubbliche e nel frattempo sensibilizzare la comunità sulle condizioni della ricerca scientifica. L&#8217;ispirazione probabilmente arriva dal lavoro del Premio Nobel per la Pace Muhammad Yunus, meglio noto come &#8220;Banchiere dei Poveri&#8221; e ideatore del microcredito.</p>
<p>Su SciFlies gli scienziati si mettono a nudo. A ogni &#8220;candidato&#8221; viene chiesto di realizzare un profilo in cui non solo illustra sinteticamente il suo progetto di ricerca, ma racconta anche la propria vita, il suo curriculum e i suoi interessi. Il che è fondamentale per ottenere la fiducia dei microfinanziatori, ovvero gente comune che può visitare il sito, leggere il progetto e lasciare qualche dollaro nella cassetta delle donazioni. Per ogni progetto vengono raccolti tra i 5.000 e i 12.000 dollari, cifre sufficienti a dare la prima spinta a idee che altrimenti avrebbero preso polvere in un cassetto.</p>
<p>Un finanziamento di questo tipo non mira ovviamente a coprire l&#8217;intera spesa di un progetto di ricerca, ma solo i passi iniziali, quelli necessari a &#8220;esplorare&#8221; un&#8217;idea scientifica per valutarne la bontà e per poterla rendere appetibile a un ipotetico finanziatore. Grazie a questo network, dunque, un ragazzo fresco di laurea può già mettere sul piatto una propria idea e lasciarla valutare dalla gente.<br />
SciFlies (in inglese, &#8220;la scienza vola&#8221;) deve ancora decollare, una versione di prova del sito è stata pubblicata a maggio e per ora i progetti inseriti sono una ventina, tra i quali spicca uno destinato a testare farmaci non ancora commercializzati per la cura di malattie rare dell&#8217;infanzia. Entro breve verrà lanciato il sito completo, pronto ad accettare le prime donazioni.</p>
<p>Insomma, dopo aver urlato per anni alle sorde orecchie delle istituzioni, con SciFlies la comunità scientifica si rivolge ai singoli cittadini che, nonostante abbiano portafogli meno rigonfi di governi e multinazionali, sono in numero molto più elevato e rispondono a logiche più disinteressate. Per questo l&#8217;idea alla base SciFlies potrebbe rivelarsi rivoluzionaria. Se la ricerca, almeno nelle sue fasi propedeutiche, fosse indirizzata dai popoli invece che dalle aziende, magari non scongiureremmo la singolarità tecnologica, ma sicuramente avremmo un progresso scientifico più &#8220;democratico&#8221;.</p>
<p>Fonte: Wired</p>
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		</item>
		<item>
		<title>Le 10 abitudini più attraenti di un consorte geek</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Jul 2009 17:57:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Zanatta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Scienze della terra]]></category>

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		<description><![CDATA[Che cos’è esattamente che rende noi geek una ‘magnifica preda’ per i non-geek? I geek riescono a trovare dei partner all’interno di geekylandia, a condizione che abbiano gusti geek compatibili, ma molti sono riusciti anche a trovare coniugi o dolci metà, se non completamente ’normali’, certamente molto meno geek di loro. Come fanno? Come parte [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://services.condenetint.com/dam/674x281/g_j/geeksposa2308773623_c34e8ffbcf.jpg" alt="" width="384" height="160" /></p>
<p>Che cos’è esattamente che rende noi geek una ‘magnifica preda’ per i non-geek? I geek riescono a trovare dei partner all’interno di geekylandia, a condizione che abbiano gusti geek compatibili, ma molti sono riusciti anche a trovare coniugi o dolci metà, se non completamente ’normali’, certamente molto meno geek di loro.</p>
<p><span id="more-623"></span></p>
<p>Come fanno?  Come parte complementare della Top 10  delle abitudini più fastidiose di un consorte geek, che ho scritto a marzo, ecco qui le 10 abitudini più &#8220;attraenti&#8221;:</p>
<p>10. Avere sempre accesso alla ‘caffeina’. E conoscere tutte le varie ‘fonti‘, con relative quantità e prezzi. Se non sei una persona mattiniera, o magari hai bisogno di una ‘botta energetica’ nel pomeriggio, puoi essere sicuro che il geek del tuo cuore potrà procacciarti della caffeina, anche se fosse di Sunkist o Barq.</p>
<p>9. Essere romantico in modo insolito. A chi non piacerebbe essere corteggiato con Shakespeare nell’originale lingua Klingon o con una poesia scritta in elfico? Le rose rosse sono belle, certo, ma sono così…comuni. Quando è stata l&#8217;ultima volta che qualcuno ti ha regalato un cuore fatto di LED lampeggianti?</p>
<p>8. Trovare le migliori offerte nei negozi di alimentari. Non tutti  fanno caso al fatto che la confezione da 12 di lattine di Coca-Cola  in vendita a 3 $, non è ancora un’offerta tanto conveniente, per unità, quanto la bottiglia da 2 litri in vendita a 1,29 $. Ma un geek sì &#8211; lo sapevamo che le abilità matematiche ci sarebbero servite un giorno, anche se nessun altro ci credeva!</p>
<p>7. Guardare, citare e amare in generale i Muppets. Magari la persona che stiamo corteggiando non è una grande fan dei Muppets, ma non c’è nessuna persona al mondo a cui non piacciano almeno un po’, giusto? Posso parlare per esperienza personale: mia moglie ammette tranquillamente che una delle cose che ha trovato particolarmente interessante in me è stata quando, al nostro primo appuntamento,  ho citato: “Santo cielo, il comico è un orso!” (Le circostanze in cui questo è accaduto sono meno interessanti di quanto si possa immaginare…)</p>
<p>6. Non essere incollati al televisore quando c’è un evento sportivo. Ora, mi rendo conto che ci sono un sacco di geek che amano lo sport (io sono un fan del baseball) ma, come regola generale, il tipico geek, rispetto ai classici non geek tende a non stare attento ad ogni minuto di tutte le partite giocate dalla loro squadra durante la stagione.</p>
<p>5.  Avere un sacco di gadget usati, ancora in perfette condizioni. Noi vogliamo sempre avere tutti gli ultimi gadget tecnologici nel momento stesso in cui escono, se non addirittura prima, questa abitudine ha però un fortunato effetto collaterale: “Che bisogno ho di passare all’iPhone 3GS? Beh…perché so che anche tu vuoi un iPhone, e in questo modo puoi avere il mio 3G!”</p>
<p>4.  Avere un sacco di libri veramente buoni, anche se non ‘mainstream’. Noi geek di solito leggiamo molto e tendiamo ad essere piuttosto schizzinosi riguardo ai libri che acquistiamo. Ad esempio, è solo negli ultimi otto anni, da quando è uscito il primo film del Signore degli Anelli, che Tolkien è diventato più mainstream. Mia moglie non aveva mai letto Tolkien fino a che ci siamo incontrati, così dopo aver insistito un po’, abbiamo letto Lo Hobbit insieme ed è subito diventata una fan anche lei.</p>
<p>3. Essere bravissimi a ritrovare le cose che si perdono. Questa è un’abilità particolarmente importante in una casa dove ci sono bambini. Come ogni genitore sa, nessuno più di un bambino piccolo è bravo a perdere proprio le cose che non devono essere perse. I geek, almeno nella mia esperienza, di solito hanno un buon approccio metodologico alla ricerca di oggetti perduti, facendo meno confusione di quella che di solito si genera in questi casi.</p>
<p>2.  Fornire supporto tecnico ad amici e famigliari. Potremo anche lamentarci e sbuffare quando siamo obbligati a farlo, e potremo anche fare i frustrati quando i parenti non sanno la differenza tra WEP e WPA, ma non lasciatevi ingannare: in fondo in fondo ci piace. A tutti &#8211; geek compresi &#8211;  piace sentirsi utili, e non c’è niente che piaccia di più ai geek che apparire degli esperti. Quindi è come prendere due piccioni con una fava: il non-geek ha i suoi computer e gadget aggiustati, e i geek sono visti come geni per aver fatto cose che tra i loro amici geek non avrebbero impressionato proprio nessuno.</p>
<p>1. Cucinare. Sono sicuro che non ci siano molti geek a cui non piaccia cucinare, o che non sappiano farlo, ma se siete uno di questi, io vi suggerirei di fare qualche altro tentativo. Cucinare ha un potenziale geek così alto che sembra strano non sia considerato una ’tipica’ attività geek: ci sono un sacco di ingredienti diversi tra cui scegliere, le dosi da misurare, il calore, le reazioni chimiche, una valanga di gadget e varie ‘sfumature‘. E’ come fare esperimenti scientifici in cui si arriva a mangiare i risultati! E ci sono poche cose in grado di attirare di più i potenziali compagni di una vita quanto un partner che sappia cucinare bene (e non solo con l’aiuto di una griglia).</p>
<p>Fonte: Wired</p>
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		<title>La pianta del deserto che si innaffia da sola</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Jul 2009 13:19:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Zanatta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Scienze della terra]]></category>

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		<description><![CDATA[A quanto pare una pianta del deserto ha imparato ad annaffiarsi da sola. Da anni gli ecologi si stanno facendo domande sul rabarbaro del deserto che, piuttosto che avere delle piccole foglie appuntite tipiche delle piante del deserto, ha delle abbonadanti foglie verdi larghe fino ad un metro. Ora gli scienziati dell&#8217;università di Haifa-Oranim in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://services.condenetint.com/dam/674x281/d_f/desert_rhubarb.jpg" alt="" width="406" height="169" /></p>
<p>A quanto pare una pianta del deserto ha imparato ad annaffiarsi da sola.</p>
<p>Da anni gli ecologi si stanno facendo domande sul rabarbaro del deserto che, piuttosto che avere delle piccole foglie appuntite tipiche delle piante del deserto, ha delle abbonadanti foglie verdi larghe fino ad un metro.</p>
<p><span id="more-581"></span>Ora gli scienziati dell&#8217;università di Haifa-Oranim in Israele hanno scoperto che i solchi trovati nelle foglie gigantesche della pianta raccolgono e trasportano acqua alle radici, riuscendo a trattenere l&#8217;acqua ben 16 volte più delle altre piante del deserto.</p>
<p>“È il primo esempio di pianta che si irriga da sola” ha detto Gidi Ne’eman, biologo specializzato in botanica e co-autore dell&#8217;articolo pubblicato in Naturwissenschaften, una rivista di ecologia tedesca. “Questo è l&#8217;unico esempio conosciuto, ma è probabile che in altre parti del mondo esistano piante che si adattano negli stessi modi&#8221;.</p>
<p>Il rabarbaro del deserto cresce nel deserto montagnoso di Israele e Giordania, dove c&#8217;è una quantità annuale di pioggia di 75 mm. Anche durante la stagione delle pioggie, la quantità d&#8217;acqua non è sufficiente a penetrare il terreno roccioso del deserto. Solitamente le piante con le foglie più grandi e delle radici che si radicano in profondità non riescono a sopravvivere ad un clima così arido.</p>
<p>Ma quanto i ricercatori hanno misurato l&#8217;assorbimento d&#8217;acqua della pianta, durante una leggera pioggia, hanno scoperto che l&#8217;acqua infiltrava il terreno dieci volte più delle altre aree del deserto. Dopo un esame più attento, gli scienziati hanno scoperto delle profonde incalanature attorno alle vene della pianta che sono avvolte in una cuticola cerosa che facilita l&#8217;incanalamento dell&#8217;acqua fino alla radice.</p>
<p>“Anche durante le piogge più leggere” hanno scritto i ricercatori, &#8220;la pianta raccoglie più di 4,300 centimetri cubici d&#8217;acqua all&#8217;anno e riesce ad trattanere circa 427 millimetri, l&#8217;equivalente della distribuzione idrica del Mediterraneo&#8221;.</p>
<p>Ma alcuni scienziati non sono rimasti eccessivamente colpiti dal rabarbaro del deserto. &#8220;Sono molte le piante che trasportano l&#8217;acqua fino alla lora base, in modo che le radici la possano assorbere&#8221; ci ha scritto Lindy Brigham, un&#8217;ecologista delle piante dell&#8217;università dell&#8217;Arizona &#8211; &#8220;Basta guardare al modo in cui le piante sono formate e come in molti casi si ramificano proprio dalla base&#8221;. Certo, l&#8217;&#8221;architettura&#8221; del rabarbaro del deserto è molto insolita &#8211; ha aggiunto &#8211; ma non è necessariamente un esempio di questo adattamento.</p>
<p>Fonte: Wired</p>
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		<title>L&#8217;ossidazione del metano primordiale</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Jul 2009 08:10:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Zanatta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I composti di ferro e manganese sono forse stati cruciali per l&#8217;ossidazione del metano nell&#8217;epoca primordiale del nostro pianeta, quando l&#8217;atmosfera era ancora priva di ossigeno I microrganismi che nei sedimenti marini ossidano il metano per produrre energia possono contare su un&#8217;ampia varietà di accettori di elettroni. In particolare i composti del ferro e del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>I composti di ferro e manganese sono forse stati cruciali per l&#8217;ossidazione del metano nell&#8217;epoca primordiale del nostro pianeta, quando l&#8217;atmosfera era ancora priva di ossigeno</strong><br />
<img src="http://data.kataweb.it/kpmimages/kpm3/misc/scienze/2009/07/09/jpg_1339248.jpg" alt="" /><br />
I microrganismi che nei sedimenti marini ossidano il metano per produrre energia possono contare su un&#8217;ampia varietà di accettori di elettroni.</p>
<p><span id="more-572"></span>In particolare i composti del ferro e del manganese, oltre ai solfati, possono svolgere un ruolo importante negli oceani, secondo un gruppo di ricercatori della Penn State University che ha analizzato in laboratorio alcuni campioni di sedimenti anaerobici. Questi stessi composti potrebbero essere stati cruciali per l&#8217;ossidazione del metano nell&#8217;epoca primordiale del nostro pianeta, quando l&#8217;atmosfera era ancora priva di ossigeno.<br />
“Siamo portati a credere che nei sedimenti anaerobici marini questi batteri metanotrofi anaerobici consumino metano solo se sono presenti solfati”, ha spiegato Emily Beal, ricercatore della Penn State che ha partecipato alla ricerca. &#8220;In realtà non è così e, anzi, altri accettori di elettroni, come il ferro e il manganese, sono più favoriti dal punto di vista energetico. Si è anche ipotizzato che ferro e manganese potrebbero essere utilizzati, ma nessuno finora aveva mostrato che potesse succedere in organismi viventi in incubazione”.<br />
La Beal, insieme con i colleghi Christopher H. House, professore associato di geoscienze della Penn State, e Victoria J. Orphan, professoressa di geobiologia del California Institute of Technology, ha  raccolto diversi campioni di sedimenti marini a 35 chilometri al largo delle coste californiane e a circa 600 metri di profondità e li ha incubati in diverse condizioni ambientali e cioè in presenza o assenza di solfati e di ossidi di ferro e manganese, utilizzando poi metano contenente isotopi di carbonio 13 per tracciare l&#8217;attività metabolica dei microrganismi.<br />
Si è così potuto constatare la presenza di attività negli incubatori con ferro e manganese, anche se in misura minore rispetto a quelli con solfati, dimostrando l&#8217;esattezza dell&#8217;ipotesi sperimentale.<br />
&#8220;Naturalmente, non stiamo pensando che il ruolo del ferro e del manganese sia paragonabile alla riduzione operata dal solfato, ma si tratta di un contributo non trascurabile”, ha concluso House. (fc)</p>
<p>Fonte: Le Scienze</p>
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