
Ufficiale: le preoccupazioni per le auto-spia di Google non sono solo una sindrome europea. Dopo che nelle ultime settimane Italia, Spagna, Francia e Germania avevano espresso il loro sdegno per il furto di dati sensibili, che le Google Car hanno risucchiato dagli hotspot wi-fi, ora anche Australia e Turchia si mettono a soffiare sul collo di Big G.
Tutto è cominciato un mese fa, quando le autorità tedesche hanno setacciato i dati raccolti da Street View, scoprendo che le sentinelle di Eric Schmidt non si erano limitate a scattare foto dettagliate delle strade europee, ma avevano anche raccolto i dati degli utenti che avevano usufruito dei punti Wi-Fi non protetti sparsi per le città . Scoperchiato il tombino, si è scoperto l’inimmaginabile: negli ultimi tre anni le auto-spia di Mountain View hanno raccolto di nascosto qualcosa come 600 gigabyte di dati, tra i quali c’erano anche delicate informazioni su alcuni conti bancari. Apriti cielo, i garanti della privacy europei hanno intimato all’azienda di consegnare immediatamente i dati raccolti. In un primo momento, Google ha incrociato le braccia, ma poi, la settimana scorsa ha deciso di costituirsi e ha consegnato il malloppo.
“Involontario” questo è il termine che il CEO Eric Schmidt e gli uffici stampa di Mountain View hanno utilizzato come scudo per schermarsi dall’ira di Italia, Francia, Spagna e Germania. “Siamo profondamente dispiaciuti per quanto successo e siamo determinati a imparare la lezione dai nostri errori“, ha dichiarato un costernato Alan Eustace, Senior VP del reparto di Engineering&Research sul blog di Google, per poi spiegare nel dettaglio le ragioni di una simile violazione della privacy: “Nel 2006 un ingegnere che stava lavorando su un progetto di WiFi sperimentale ha scritto un codice che raccoglieva tutte le categorie di dati WiFi trasmessi pubblicamente. L’anno seguente, quando il nostro mobile team ha sviluppato il progetto per raccogliere informazioni SSID e indirizzi MAC, questo codice è stato inserito“. L’ingegnere in questione passerà ora sotto le forche caudine di un’indagine interna per aver violato le norme aziendali.
Google dunque, per la prima volta si è rassegnata a cospargersi il capo di cenere, ma non basta. Dopo lo scivolone fatto con Google Buzz (migliaia di utenti si sono visti trasformare il proprio account mail in un profilo di social network), dopo le perplessità sulla tendenza centripeta del futuro sistema operativo Chrome, l’azienda di Mountain View non ha esattamente una buona fama in fatto di privacy. Perciò non stupisce che ora anche le autorità turche e australiane abbiano deciso di mettersi alle calcagna della Big G.
“Siamo davanti alla più grande violazione della privacy della storia“, ha dichiarato il ministro delle Comunicazioni australiano Stephen Conroy, commentando la scelta del suo paese di aprire un’indagine investigativa sulle auto-spia. Diversa invece la reazione delle autorità turche che hanno deciso, in via cautelativa, di bloccare alcuni indirizzi Google (nello specifico: docs.google.com, translate.google.com, books.google.com, google-analytics.com e etools.google.com.). La presidenza delle Telecomunicazioni turca (Tib) ritiene infatti che alcune pagine che faticano a caricare velocemente potrebbero danneggiare portali e singoli computer.
Ma mentre le auto di Google rientrano nei box per un riassetto totale, nella Rete c’è chi dimostra come Street View possa essere uno strumento estremamente utile e versatile. È il caso di Historypin, un progetto di crowdsourcing che permette di integrare foto famose, personali e storiche alle riproduzioni bidimensionali di Streetview. L’obbiettivo del progetto, ancora in fase beta ma già sfruttabile, è quello di creare una sorta di mappamondo storico interattivo che renda possibile navigare tra le varie epoche esplorando il collage di immagini d’annata sovrapposte a Street View. Un’idea che potrà avere innumerevoli risvolti, tra i quali un’applicazione in realtà aumentata su smartphone, già nei prossimi anni.
















