
Dalla spazzatura che diventa energia e calore, a mais e alghe che si trasformano in combustibile per trazione la green economy ha riscoperto il vecchio adagio del padre della chimica Antoine Lavoisier. E ora tocca pure alla plastica ritornare al padre, ovvero all’olio minerale.
Questa ennesima prova di riciclaggio di materiali potenzialmente molto inquinanti (la plastica non è biodegradabile, e dalla sua combustione per esempio si sprigiona diossina) arriva da una società di Washington DC, la Envion, che con la nuova impennata dei prezzi del petrolio si frega le mani all’idea di aver scoperto la moderna cornucopia.
Il principio e la tecnologia alla base della trasformazione della plastica in olio è tenuto segretissimo dai tecnici di Envion, i quali lasciano trapelare solo due dettagli: il processo avviene attraverso l’estrazione degli idrocarburi dalla materia plastica, ed è effettuato in ambiente sottovuoto e a basse temperature. Il resto è top secret.
Ma perché – oltre che per gli indubbi vantaggi ambientali – potrebbe essere interessante recuperare olio dalla plastica? Intanto perché stoccare la plastica in discarica costa circa dai 70 ai 200 dollari a tonnellata, e riciclarla con i metodi utilizzati finora (per esempio per ottenere altri manufatti di plastica derivata) dai 50 ai 150 dollari, mentre trasformarla con il metodo Envion costa 17 dollari a tonnellata.
Poi perché negli Stati Uniti si producono 48 milioni di tonnellate di rifiuti plastici all’anno, di cui si ricicla solo il 4%, e ogni generatore di olio Envion sarebbe in grado di trasformare ogni anno 10mila tonnellate di plastica in circa 50mila barili di olio usato per raffinare petrolio, gasolio e kerosene per autotrazione. Barili il cui prezzo oggi come oggi ha di nuovo superato quota 80 dollari. Probabilmente conviene aspettare a fare i calcoli sul fatturato, ma rimane il fatto che il settore dell’energia verde comincia a essere un business davvero interessante anche dal punto di vista economico.
Fonte: Wired
















