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La vita aliena è possibile. Nelle acque profonde

Nel film Contact Jodie Foster passava una vita intera a setacciare l’universo profondo gettando segnali elettromagnetici verso gli angoli più polverosi della galassia. Ma per trovare vita aliena potrebbe non essere necessario superare le barriere del sistema solare.

Lo rivela una ricerca condotta da un team del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Alimentari e Microbiologiche dell’Università di Milano, che ha scoperto l’esistenza di microrganismi in grado di sopravvivere e riprodursi nelle proibitive condizioni del lago sottomarino Urania.

Niente ossigeno, niente luce, una salinità dieci volte quella dell’acqua marina, a 3500 metri di profondità nel Mar Mediterraneo orientale, le acque del bacino Urania non si mescolano con quelle del mare sovrastante. Ciò ha permesso l’isolamento di un microhabitat estremo con caratteristiche chimiche assai simili a quelle presenti nelle profondità di Europa, satellite di Giove. Insomma, con le sue insolite concentrazioni di metano e idrogeno solforato (quest’ultimo assai nocivo per organismi complessi come l’uomo), Urania dovrebbe essere l’ambiente più invivibile della terra.

E invece è proprio in questa salamoia che la squadra guidata da Daniele Daffonchio e Sara Borin ha scovato una complessa colonia di microrganismi. Si tratta di batteri estremofili (ovvero adattati a vivere in condizioni estreme) riescono a proliferare nello strato che separa le acque profonde ipersaline dalla normale acqua sovrastante. La capacità di adattamento di questi “alieni-terrestri” sarebbe dovuta a capacità metaboliche tipicamente microbiche come la ossido-riduzione dei composti solforati.

Il lavoro della squadra italiana (con la collaborazione di altri team europei) è importante per una serie di motivi. Innanzitutto ci permette di ipotizzare un futuro non troppo lontano in cui una squadra di astronauti tornerà sulla Terra con un campione di microrganismi alieni da analizzare. Inoltre, i nuovi batteri potrebbero avere interessanti ricadute in campo industriale. Già oggi infatti le molecole prodotte dai microrganismi alofili (adattati a vivere in acque saline) sono utilizzati nella costruzione di materiali biodegradabili, di detergenti e di antibiotici.

Ma le condizioni del lago Urania non ricordano solo quelle dei satelliti di Giove, ma anche le caratteristiche che si pensa avesse il brodo primordiale in cui è nata la vita. Perciò l’analisi di queste colonie potrebbe fornire interessanti spunti nello studio dell’origine della vita sulla terra.

Nel frattempo, l’inaspettato microcosmo del lago ci invoglia a spingere lo sguardo fuori dalla nostra atmosfera, verso quelle profondità planetarie dove potrebbero nascondersi acque ipersaline. Nel panorama scientifico c’è anche chi sta già ipotizzando di reclutare plotoni di batteri estremofili per mandarli a “colonizzare” pianeti privi di vita.

Una manna per gli appassionati di fantascienza e esobiologia.

Fonte: Wired

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