
Dobbiamo prendere il sale da tavola? Allunghiamo una mano. Dobbiamo rispondere al telefono? Chiudiamo le dita sulla cornetta e solleviamo. Sembra quasi che il nostro cervello funzioni come un telecomando. E invece no: a quanto pare, il meccanismo si avvicina di più a quello dei fili di un burattinaio.
Lo sostiene una ricerca condotta dalla Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (SISSA) di Trieste, in collaborazione con l’Istituto E. Medea di San Vito al Tagliamento (provincia di Pordenone) e l’Institute of Neuroscience and Medicine di Julich, in Germania. I risultati ottenuti indicano che a fare da burattinaio sono due aree della corteccia cerebrale di cui finora si conosceva ben poco: la corteccia somatosensoriale secondaria e il solco intraparietale posteriore.
Il problema è che quando afferriamo un oggetto, i nostri neuroni non solo devono segnalare ai muscoli del braccio di allungarsi e a quelli delle dita di contrarsi, ma devono anche sapere quale posizione i nostri arti occupano nello spazio. Allo stesso modo, un burattinaio per poter muovere un pupazzo deve avere dei fili che lo collegano agli arti e alla testa. Questo tipo di percezione si chiama “propriocezione”, ed è un processo cerebrale molto meno ovvio di quanto si possa pensare. Esistono infatti individui che in seguito a una lesione del lobo parietale sinistro non sono più in grado di indicare con esattezza parti del proprio corpo o di quello altrui – gli si chiede di toccarsi un occhio con la punta del dito e loro si toccano il naso.
Nell’esperimento condotto da Corrado Corradi-Dell’Acqua, Barbara Tomasino e Gereon R. Fink , venti individui maschi destrimani sono stati sottoposti a due diversi test. A ogni persona è stata mostrata l’immagine di un uomo di spalle, senza braccia, e a lato la sagoma di un braccio destro o sinistro. Nel primo test il paziente doveva immaginare di ruotare il proprio braccio fino a fargli assumere la posizione di quello rappresentato nella foto. In questo modo si attivava quell’area di corteccia cranica implicata nella percezione del proprio corpo nello spazio. Il secondo test invece puntava ad attivare l’area deputata alla percezione di un corpo estraneo; in questo caso si doveva immaginare di ruotare il braccio disegnato fino ad attaccarlo al corpo nella posizione corretta. Monitorando l’attività cerebrale nel corso dei test, si è visto che quando il cervello doveva localizzare parti di un corpo estraneo (nel primo esperimento) si attivava il solco intraparietale superiore; quando invece il movimento riguardava un proprio arto (nel secondo esperimento) si attivava la corteccia somatosensoriale secondaria.
La scoperta delle aree implicate nella rappresentazione mentale del sé e dell’ altro fornisce interessanti spunti per la psicologia cognitiva. Non solo: questi risultati aprono anche un ventaglio di nuove possibilità per le terapie di riabilitazione motoria e, spingendoci un po’ in là con gli anni, per la robotica avanzata.
Fonte: Wired
















